Ho deciso di sviluppare un progetto compositivo che abbraccia il multiculturalismo e si concentra sull’esplorazione del colore orchestrale, nella convinzione che oggi la musica debba funzionare come un ecosistema aperto. Questa pratica compositiva mira a dimostrare come il multiculturalismo in musica non sia soltanto un’opzione, ma una necessità storica e artistica fondamentale. Come ci insegnano le visioni orchestrali di Duke Ellington, il lirismo di Enrico Rava, o le architetture sonore di Guillermo Klein ed Egberto Gismonti, l’identità musicale si rigenera attraverso l’incontro con l’“altro”. In questo senso, le mie composizioni non sono soltanto un esercizio tecnico, ma il primo esperimento verso l’idea di una “colonna sonora estesa”: un luogo di confine in cui musica e gesto teatrale convergono per tradurre la complessità del mondo contemporaneo in un’esperienza accessibile e umana, vicina al pubblico. È in questo incessante scambio tra radici e contaminazioni che la musica ha trovato e, spero, continuerà a trovare la sua energia comunicativa.
